Zafferano in pericolo in Abruzzo

Come è noto, la Regione Abruzzo continua a basare la gran parte della sua economia sull’agricoltura, non rinunciando, seppure ormai l’industria regionale si muova anche in ambiti diversi, alla sua vocazione alla terra e alla pastorizia. Purtroppo però questo, che è uno dei settori più consolidati e più tradizionali, è anche uno di quelli maggiormente a rischio per una vasta serie di fattori.

Se ne potrebbero elencare parecchi, a partire dallo spopolamento delle campagne (dato però che sta facendo registrare una netta inversione di tendenza) per passare dagli scarsi guadagni, e da una concorrenza estera sempre più agguerrita. I prodotti agricoli nazionali, infatti, spesso vengono pagati pochissimo perché diventa più conveniente, per quanto sembri paradossale, acquistare fuori dai confini italiani. Per cercare di “passare la nottata” e trovare comunque una coltura redditizia, i coltivatori locali si sono dedicati così a settori che potremmo definirei “di nicchia”, ma che presentano comunque un vasto mercato che, per di più, sembra anche in ulteriore espansione. Ad esempio, molto fiorente in Abruzzo è il mercato legato alla coltivazione dello zafferano. Lo zafferano è una spezia molto usata in cucina che può arrivare a costare anche diverse decine di euro, poiché deve rigorosamente essere raccolta e lavorata a mano attraverso l’estrazione dei pistilli dalle corolle del Crocus Sativus. Se quindi questo era sembrato un buon settore in cui investire, visto che nella Regione Abruzzo non mancano terreni adatti alla coltivazione di questa delicatissima pianta che esige condizioni del tutto peculiari, purtroppo però anch’esso fa segnare una grave battuta d’arresto che ha portato addirittura alla chiusura di alcune delle aziende che operavano nel suo ambito. Il problema sta negli squilibri di flora e fauna che l’uomo, con il suo intervento scriteriato sulla natura, ha causato all’habitat naturale di alcuni animali, e in particolar modo del cinghiale. I cinghiali sono infatti proliferati in maniera indiscriminata negli ultimi anni, devastando le colture di zafferano e non solo, mettendo a repentaglio anche tante altre colture abruzzesi. Lo stato delle cose viene denunciato da Coldiretti Abruzzo, che presenta dei dati davvero impressionanti: si prospetta infatti un calo della produzione del 20-30% nelle zone tradizionalmente vocate alla coltura dello zafferano, vale a dire l’aquilano e l’altopiano di Navelli. Coldiretti lamenta soprattutto il fatto che questo stato di cose non è una novità: l’assalto dei cinghiali non è qualcosa di recente, e da tempo Coldiretti stessa ha propugnato diverse misure tali da poter contenere questa “invasione”. I continui appelli però sono rimasi inascoltati da parte delle istituzioni e da chi potrebbe mettere in atto misure concrete, ora il raccolto di novembre, il più importante di tutto l’anno, è a rischio. Coldiretti ricorda anche che molte persone, a causa dei danni subiti dall’attacco dei cinghiali, hanno dovuto interrompere la propria attività, e che molti altri stanno meditando di farlo. Permettere che il comparto della produzione di zafferano declini in modo inesorabile sarebbe una perdita incalcolabile (circa 3 milioni di euro) per tutta la produttività regionale. Senza contare che i cinghiali devastano anche i campi di altri tipi di coltivazioni, ad esempio il mais, il sorgo, le lenticchie e i cereali. I rimborsi che vengono erogati dai coltivatori che subiscono dei danni o delle perdite a causa di questi animali selvatici sono di gran lunga insufficienti. Come spesso accade, prevenire sarebbe meglio che curare. Ma sembra che nessuno abbia recepito l’accorato appello della Coldiretti.