Le ceramiche di Castelli: il cuore vivo dell’artigianato abruzzese

Il mondo è andato avanti e anche l’Abruzzo, insieme a molte altre regioni italiane, ha implementato e differenziato al sua economia affrancandosi da alcune delle lavorazioni più tipiche del passato e spingendosi in modo sempre più deciso verso l’Industria 4.0. Questo è il futuro, non vi è dubbio: ma ci sono tradizioni legate al passato che, opportunamente gestite e valorizzate, possono rappresentare un valore aggiunto anche oggi, e continuare a farlo negli anni a venire.

Parliamo, ad esempio, di una delle industrie artigianali più fiorenti del territorio abruzzese, che non ha conosciuto mai crisi nemmeno con il trascorrere dei secoli: le ceramiche di Castelli. Castelli è un piccolo borgo che si trova in provincia di Teramo, alle pendici del maestoso massiccio del Gran Sasso, dove circa mille anni fa prese il via una produzione che non si è mai fermata nel tempo: quella delle ceramiche artistiche. Un tempo, in realtà, queste ceramiche non erano affatto “artistiche” ma solo pensate per l’uso quotidiano e comune. Furono infatti i monaci i primi a realizzare questi utensili, ovvero piatti e brocche, che servivano per la mensa di tutti i giorni. Con il tempo furono i laici a perfezionare la lavorazione delle ceramiche, a realizzare oggetti sempre più raffinati e sempre più desiderati dalle corti di tutto il mondo. In pochi decenni le ceramiche di Castelli divennero, e lo sono tuttora, sinonimo di oggetti pregiati, fatti secondo tecniche e metodologie ben precise. Dal passato ad oggi ben poche cose sono cambiate. La modalità con cui si usano le materie prime, che sono tutte tipiche del territorio a partire dall’argilla che viene estratta dalle cave locali, e con le quali le si decora sono rimaste immutata nel corso delle epoche. La maggiore caratteristica decorativa delle maioliche definite di “Castelli” sono i colori. Ne vengono usati solo cinque, ovvero il giallo, il verde, l’azzurro, l’arancio e il bruno manganese. Un tempo come oggi non c’era un unico soggetto da trattare, ma tanti temi diversi con i quali decorare piatti, brocche, coppe. Si spazia dalla paesaggistica, ai motivi floreali, fino alle scene bibliche o mitologiche. L’unica differenza di rilievo che si può riscontrare nella tradizione della realizzazione delle ceramiche di Castelli sono i forni usati: un tempo erano a legna, utilizzavano il legno dei faggi locali ed erano detti “a sibilo” perché emanavano un peculiare fischio. Oggi invece sono moderni forni elettrici a metano. Se tutto questo, a raccontarlo, può apparire il retaggio di un passato lontano che ben poca presa può avere sulla modernità, bisognerebbe fare un giro nei più importanti musei di tutto il mondo, in cui, all’interno delle collezioni di ceramiche, non manca mai un pezzo di Castelli. O basterebbe fare un giro a Castelli, visitando due dei luoghi simbolo di questa produzione: la chiesa di San Donato, che ha il soffitto completamente ricoperto di maioliche colorate, e il locale Museo delle Ceramiche, dove sono esposti i più importanti pezzi realizzati dalle famiglie ceramiste più rinomate, come i Grue, i Cappelletti, i Pompei. E infine bisognerebbe fare un giro tra le botteghe artigiane della città che, ben lungi dall’apparire vetusti retaggi del passato, sono al centro di un fiorente mercato che non ha solo un elevato valore economico per la regione, ma anche culturale. Non a caso una di queste botteghe, quella di Vincenzo e Antonio di Simone, è stata dichiarata dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali oggetto di “interesse culturale particolarmente importante e soggetto a vincolo”.